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Paragrafo  4  .  1963-1968:  il  centrosinistra  "organico"  ma  senza

riforme.

     
Nell'aprile  del  1963,  a poco pi di un anno  dalla  formazione  del
governo  di  centrosinistra "non organico",  si  tennero  le  elezioni
politiche.  La  preoccupazione  delle forze  moderate  per  l'attivit
riformatrice   promossa  dalla  maggioranza  uscente   e,   viceversa,
l'insoddisfazione di quelle progressiste risultarono determinanti:  la
DC  perse il 4%, mentre aumentarono sensibilmente il PLI (dal  3,5  al
7%) e il PCI (dal 22,7 al 25,3%).
     I  risultati elettorali complicarono i rapporti tra i partiti  di
centro-sinistra,  in particolare tra partito socialista  e  democrazia
cristiana.   All'interno  di  quest'ultima,  infatti,  prevalsero   le
correnti  favorevoli ad una linea di maggiore prudenza,  che  incontr
l'opposizione dei socialisti, soprattutto della sinistra del  partito,
guidata da Riccardo Lombardi, che condizionava il sostegno del PSI  al
governo  alla  presentazione di un programma pi  avanzato  sul  piano
economico-sociale. Un accordo venne finalmente raggiunto alla fine del
1963, quando si form un esecutivo composto da DC, PSI, PSDI e PRI,  e
presieduto da Aldo Moro.
     La   formazione   di  questo  primo  governo  di   centrosinistra
"organico"   caus   un  irreversibile  aggravamento   dei   contrasti
all'interno  del  PSI: la sinistra si distacc e, il  12  gennaio  del
1964, fond il partito socialista di unit proletaria (PSIUP).
     Nel  giugno  del 1964 le divergenze sulle misure da adottare  per
affrontare una recessione iniziata gi nel 1963 provocarono la  caduta
del governo. Si apr allora una delle crisi pi complesse della storia
della repubblica: alle trattative, rese difficili dai contrasti tra  i
partiti  di centrosinistra e soprattutto tra DC e PSI, si sovrapposero
trame   oscure,   che   misero  in  pericolo  le  stesse   istituzioni
democratiche. L'ingresso delle sinistre nell'area di governo, infatti,
interpretato  come  segno  dell'insorgere  del  "pericolo  comunista",
spinse certe forze ad assumere concrete iniziative per condizionare in
senso  conservatore  ed autoritario le scelte politiche  e  l'opinione
pubblica.  Operarono  in  tal senso quelli che  saranno  poi  definiti
"organi  deviati  dello  stato", come il SIFAR (servizio  informazioni
forze  armate),  fiancheggiati  da  organizzazioni  clandestine  quali
Gladio,  sorta nel 1956 da un accordo tra il SIFAR e la  CIA  (Central
Intelligence  Agency,  ente  federale  statunitense  con  funzioni  di
spionaggio  e  controspionaggio)  per  essere  impiegata  in  caso  di
invasione  sovietica e successivamente diventata una rete  informativa
ed  operativa finalizzata al controllo del sistema politico nazionale.
Per  pi di venti anni, a causa del ricorso al segreto di stato  e  di
altri  impedimenti frapposti dalle forze politiche  di  governo,  tali
"operazioni" resteranno praticamente sconosciute; solo a partire dagli
anni  Novanta  l'opera  svolta  da alcuni  magistrati  e  da  apposite
commissioni  parlamentari  d'inchiesta,  insieme  alla  rimozione  del
segreto di stato da alcuni documenti, consentir l'acquisizione di una
pi  ampia  conoscenza dei fatti e dei protagonisti. Si verr  cos  a
sapere  che  nel luglio del 1964 era stato addirittura predisposto  un
colpo di stato, da attuare nel caso che l'ingresso dei socialisti  nel
governo avesse determinato la realizzazione
     
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     di  un  programma  progressista.  Artefice  del  progetto  fu  il
generale  Giovanni  De  Lorenzo,  capo  del  SIFAR  e  poi  comandante
dell'arma dei carabinieri; esecutori principali del piano (per  questo
definito "solo") avrebbero dovuto essere i carabinieri, affiancati  da
gruppi di civili addestrati in una base di Gladio.
     Si  giunse  cos  alla formazione di un governo di centrosinistra
con  un programma praticamente svuotato di ogni contenuto riformatore,
presieduto da Aldo Moro. Lo stesso leader democristiano, dimessosi nel
gennaio  del  1966 in seguito ai contrasti con il PSI sul ruolo  della
scuola  privata,  guider un nuovo esecutivo con formula  e  programma
praticamente  identici,  che  rester in  carica  sino  alle  elezioni
politiche del 1968.
     Mentre   l'azione  del  governo  era  rallentata   da   frequenti
contrasti  interni  e  da laboriose mediazioni, la  realt  sociale  e
politica si faceva pi complessa. Un evento di rilievo, anche  se  non
incise  molto sugli equilibri politici, fu la fusione di PSI e PSDI  e
la fondazione, nell'ottobre del 1966, del partito socialista unificato
(PSU),   che  avrebbe  dovuto  raccogliere  i  consensi  dell'opinione
pubblica laica e progressista, in modo da porsi come alternativa  alla
democrazia cristiana.
     Nel  frattempo qualche novit andava emergendo anche  all'interno
del  PCI. Dopo la morte di Palmiro Togliatti, avvenuta a Yalta  il  21
agosto  del  1964,  il nuovo segretario del partito,  l'ex  comandante
partigiano Luigi Longo, aveva seguito la stessa linea politica del suo
predecessore,  finalizzata alla realizzazione graduale del  socialismo
in piena autonomia dall'Unione Sovietica. Sulla strategia da adottare,
per,  esistevano orientamenti differenti: la cosiddetta "destra",  il
cui massimo esponente era Giorgio Amendola, mirava alla formazione  di
uno  schieramento unitario delle sinistre, capace di  premere  per  la
realizzazione  di un programma realmente riformista; la "sinistra"  di
Pietro   Ingrao   proponeva  un  piano  alternativo   a   quello   del
centrosinistra  e  l'unificazione  delle  forze  socialiste  su   basi
classiste e rivoluzionarie.
     Verso  la  fine  degli  anni Sessanta cominci  a  delinearsi  un
complesso  panorama di gruppi politici alla sinistra del PCI  (partito
comunista  d'Italia  marxista-leninista, potere  operaio,  avanguardia
operaia,  lotta continua), tutti fortemente critici nei confronti  dei
sindacati  e  dei  partiti della sinistra storica,  accusati  di  aver
accettato  il compromesso con la classe dominante e di aver  rinnegato
gli ideali del marxismo.
     Il  fermento e il dibattito non caratterizzarono solo le sinistre
ma  anche  il  mondo cattolico, all'interno del quale si  diffuse  una
nuova  sensibilit per i problemi sociali nazionali e  internazionali.
Un  profondo rinnovamento della presenza della Chiesa nella societ fu
il risultato dell'opera svolta dal concilio ecumenico Vaticano secondo
(1962-1965).   Aperto   nell'ottobre  del  1962   da   papa   Giovanni
ventitreesimo  e,  dopo  la  sua morte, avvenuta  il  3  giugno  1963,
proseguito   da   Paolo  sesto,  esso  impost  un  nuovo   itinerario
ecclesiale, fondato sulla concezione della Chiesa come "popolo di Dio"
piuttosto  che  come  istituzione gerarchico-giuridica.  Alcune  delle
novit  pi  rilevanti furono: il riconoscimento del ruolo  dei  laici
nella  Chiesa; l'apertura verso le confessioni cristiane separate,  le
religioni  non  cristiane  e  i  non credenti;  l'abolizione  dell'uso
obbligatorio del latino nella liturgia. Per quanto riguarda i problemi
del  mondo  contemporaneo,  significativa  fu  l'affermazione  che  le
decisioni in merito allo sviluppo non potevano essere lasciate "n  al
solo gioco quasi automatico
     
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     dell'attivit  economica  dei  singoli  n  alla   sola   potenza
pubblica",  ma dovevano essere aperte alla partecipazione sociale  pi
ampia possibile.
     Le  tesi  del  concilio  vennero confermate  e  sviluppate  dalla
enciclica Populorum progressio, pubblicata da Paolo sesto il 26  marzo
1967.  In  essa il pontefice condannava lo sfruttamento praticato  dai
paesi  pi  ricchi  ai danni di quelli pi poveri, affermando  che  le
risorse  naturali  sono patrimonio comune di tutti gli  uomini  e  non
privilegio  di  pochi ("La terra  data a tutti, la propriet  privata
non  costituisce per alcuno diritto incondizionato e assoluto. Nessuno
  autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ci che supera  il  suo
bisogno,  quando gli altri mancano del necessario. In  una  parola  il
diritto  di  propriet  non deve mai esercitarsi  a  detrimento  della
utilit comune").
     Nel  corso della seconda met degli anni Sessanta all'interno del
mondo  cattolico  si  form un'area di dissenso,  della  quale  furono
protagonisti  singoli  esponenti o gruppi di religiosi  e  laici,  che
accusavano la Chiesa di essere stata e di continuare ad essere alleata
col  potere costituito, dimenticando la propria missione a favore  dei
poveri, dei deboli e degli oppressi. Una delle esperienze pi note  fu
quella della comunit del quartiere fiorentino dell'Isolotto.
     Particolarmente  rilevante  fu  infine  l'opera  svolta  da   don
Lorenzo   Milani.  Convinto  che  l'istruzione  fosse   lo   strumento
fondamentale  per  l'emancipazione dei poveri  e  degli  oppressi,  il
sacerdote fiorentino svolse un'intensa attivit di educatore  fin  dal
1947  nelle  scuole  popolari da lui fondate prima  a  San  Donato  di
Calenzano  e poi a Barbiana nel Mugello, in provincia di Firenze.  Nel
maggio  del  1967,  un mese prima della sua morte, pubblic  il  libro
Lettera a una professoressa, che ebbe una vasta risonanza, perch  con
linguaggio  semplice e con esempi tratti dalla sua esperienza  metteva
in   evidenza  le  ingiustizie  sociali  originate  dalle  istituzioni
scolastiche.
